Squinzi e gli imprenditori sfascisti

Che una battuta da bar faccia salire lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi è difficile da verificare, e su questo il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi – che ieri ha tentato di precisare le sue dichiarazioni di sabato sull’operato del governo – forse ha perfino ragione. E comunque un giornale come il nostro, che a dicembre suggeriva perfino di andare al voto con Lady Spread che impazzava alle porte, figurarsi se intende mettersi a giudicare la legittimità di un commento pubblico sulla base della (potenziale) reazione dei mercati.
14 AGO 20
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Che una battuta da bar faccia salire lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi è difficile da verificare, e su questo il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi – che ieri ha tentato di precisare le sue dichiarazioni di sabato sull’operato del governo – forse ha perfino ragione. E comunque un giornale come il nostro, che a dicembre suggeriva perfino di andare al voto con Lady Spread che impazzava alle porte, figurarsi se intende mettersi a giudicare la legittimità di un commento pubblico sulla base della (potenziale) reazione dei mercati. Il punto non è questo. Quello che arriva da Giorgio Squinzi, presidente della Confindustria, è tutt’altro che “fuoco amico” nei confronti del governo Monti, come sosteneva ieri il Corriere della Sera in un editoriale in prima pagina. Agitare lo spettro della “macelleria sociale” nel momento in cui il governo taglia 4,5 miliardi di euro di spesa pubblica annua (a fronte dei quasi 800 miliardi complessivi), di per sé, è un errore macroscopico. Ma se leggiamo quest’ultima esternazione dei vertici di Viale dell’Astronomia assieme alle uscite precedenti sulla riforma Fornero del mercato del lavoro (“una boiata”) e poi la confrontiamo con l’atteggiamento tenuto da Confindustria da qualche anno a questa parte, tutto torna. E’ inutile infatti che gli associati più importanti – quelli rimasti – si affrettino a prendere le distanze, a far passare l’idea che Squinzi è così, ha un caratterino e non maneggia alla perfezione l’arte oratoria: Squinzi è il presidente eletto e perfettamente rappresentativo di una Confindustria decisamente ambigua.
Da Viale dell’Astronomia prima s’invoca per anni (e giustamente) di far arretrare il perimetro dello stato rispetto a quello dell’economia privata, poi però quando si lima in maniera strutturale la spesa pubblica ecco che tornano a pesare gli interessi di settori industriali profondamente legati alle prebende pubbliche. Idem per la riforma del mercato del lavoro: la riforma Fornero sarà pure perfettibile, ma all’estero ancora ricordano la stretta di mano tra Emma Marcegaglia (ex presidente di Confindustria) e Susanna Camusso (leader della Cgil) per cancellare la deregolamentazione del mercato del lavoro introdotta nel 2011 dal governo Berlusconi. Il consociativismo padronal-sindacale assicura potere a questi monopolisti della forza lavoro, e così qualsiasi misura che scalfisca lo status quo infastidisce (Fornero docet). Lo stesso vale per la riforma delle pensioni, evidentemente, giudicata “ingiusta” e “sbagliata” da Camusso all’incontro di Serravalle Pistoiese di sabato scorso, con questa chiosa di Squinzi: “Condivido praticamente tutto quello che ha detto Susanna Camusso”. Se “non c’è nessun asse con la Cgil”, come ha dichiarato ieri Squinzi, allora potremo dare un altro nome all’intesa de facto.

Squinzi non è un alieno, e per questo non merita più biasimo di quanto ne meriti chi lo circonda oggi o l’ha circondato in questi anni. A Viale dell’Astronomia molti possono votare con i piedi, lasciando Confindustria, come hanno fatto Sergio Marchionne e tanti altri più piccoli imprenditori; è auspicabile che altri continuino a farlo, finché gli imprenditori associati non avranno abbandonato l’attuale linea corporativa e sfascista.